Contrordine: del Dna non abbiamo capito niente

Scoperta Usa: i codici genetici sono due, il secondo fa da “controllore” dell’attività. Il Dna spazzatura non esiste, confermato il rischio delle manipolazioni Ogm 

Contrordine: del Dna non abbiamo capito un bel niente. Ce l’avevano già rifilato come qualcosa di compreso, mappato, catalogato, senza più segreti, tutta la vita in una doppia elica a completa portata di scienziato, e invece no. Adesso, anno del Signore 2014, un gruppo di ricercatori dell’Università di Washington ha finalmente detto che non è vero. O meglio, ha detto (e il suo studio l’ha pubblicato Lancet, dunque la “Bibbia” dalla scienza ufficiale) che il codice genetico presente nel Dna non è uno solo, bensì sono due. Tant’è che ha coniato apposta un nuovo termine: “duone”.

Uno, e già si sapeva da 40 anni, è quello che serve a dare a un determinato organismo (un uomo, una pianta, un animale) le istruzioni per produrre le proteine che lo strutturano e lo fanno funzionare, i cosiddetti geni “codificanti”. Il secondo codice, quello scoperto appunto a Washington, e che è presente nello stesso genoma codificante, serve invece a dare le informazioni su quando e come produrle, e regolare di conseguenza la propria attività. In pratica, un “controllore” dei geni, o come spiegano i ricercatori Usa, “una memoria di massa di informazioni estremamente potente e che la natura sa sfruttare in modi inattesi”.   

I ricercatori americani guidati da John Stamatoyannopoulos (qui riportiamo in corsivo la notizia data da “La Stampa”), hanno identificato le zone all’interno del genoma alle quali i fattori di trascrizione possono legarsi. Hanno così scoperto che circa il 15% dei «codoni» – le brevi sequenze che corrispondono ciascuna a un aminoacido – possono consentire all’interno dei geni il legame di un fattore di trascrizione. Ciò significa che una parte del Dna codificante ha una doppia funzione: fornire istruzioni per la produzione di proteine e regolare anche la propria attività. Da qui il nome «duoni» («dual-use codons», codoni a doppio uso) per indicare queste regioni. 

Fuori dal linguaggio tecnico, è una bella botta per i genetisti “ufficiali”. Per esempio quelli che prima di mappare il genoma pensavano che i geni umani fossero 200 mila, e poi invece si sono accorti che erano circa 30 mila, cioè più o meno quelli di una pianta di insalata (o di un topo che ne ha solo 300 in meno, o del moscerino dell’aceto che ne ha la metà), a dimostrazione che  il numero non c’entra nulla con la complessità biologica di un organismo. Oppure quelli che a suo tempo avevano deciso che il 98% del genoma, cioè i geni non codificanti, era evidentemente “Dna spazzatura”, senza che  il problema della sproporzione dei numeri (solo il 2% codificante, e il resto materiale biologico inutile?) disturbasse minimamente i loro sonni. Salvo poi accorgersi che quella presunta spazzatura serve a regolare i geni stessi e a decidere dove e quando (e se) entrare in funzione. Scusate se è poco!

  E adesso, davanti a questa scoperta che assesta un altro duro colpo alle loro convinzioni, a cominciare da quella che tutto sia casuale, la vita stessa appunto, e sia anche di una semplicità meccanica elementare, cosa diranno? Niente, diranno. Faranno finta di niente. Vi pare per esempio che i signori degli Ogm avranno il tempo di pensare alle implicazioni della scoperta, o a ridefinire il concetto stesso di gene? No, ve lo anticipiamo noi: continueranno imperterriti a incrociare linguaggi che non conoscono, che non controllano – quasi una riedizione della Torre di Babele – così come non controllano gli effetti di tutto quanto esce dai laboratori dell’agro business e, per effetto della catena alimentare, finisce sulle nostre tavole. A questo punto, però, qualcuno dovrebbe intervenire al posto loro: togliergli di mano il giocattolo prima che i danni siano irreversibili. Sempre che non lo siano già.

Informazioni su Furio Stella

Giornalista, nato nel 1957 a Trieste, morto il 14 ottobre 2014. Ha lavorato a “Il Mattino di Padova”, di cui è stato vicecaposervizio del settore Sport, dal 1978 al 2013. Inviato del gruppo l’Espresso ai Mondiali di calcio 1990, ha collaborato con la Rai, “La “Stampa” e “Il Giorno”. Ha lavorato anche a “Il Centro di Pescara” e a “L’Alto Adige di Bolzano”. Nel 1995 ha fondato l’edizione italiana di “Nexus” di cui è stato direttore fino al 2004. Dal 2008 si occupa di “Effervescienza”, l’inserto scientifico del mensile “Biolcalenda”. Ha pubblicato la raccolta di racconti La casa dei molini a vento (Edizioni Andromeda, 2008) e il romanzo Il cameriere di Rocco (Edizioni La Torre ,2012). Ha scritto in collaborazione anche due libri sul calcio Padova, La vecchia signora di provincia (con Cellini e Trivellato, Edizioni Tipopadova 1980) e Calcio Padova 1910-2010, un sogno lungo un secolo (a cura di Toni Grossi, Il Mattino di Padova 2010).

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