thomas-sankara-el-che-guevara-nero-effervescienza112-ottobre2018

Thomas Sankara el Che Guevara nero

Ho voluto dedicare l’articolo di questo mese per ricordare la scomparsa di Thomas Isidore Noël Sankara avvenuta proprio il 15 ottobre del 1987.

Nonostante sia sconosciuto alla maggior parte delle persone, Sankara è stato un personaggio straordinario non solo per il continente africano, ma per l’intero pianeta…

Thomas è nato nel 1949 nell’ex colonia francese dell’Alto Volga. Suo padre era un militare che aveva servito l’esercito francese durante la seconda guerra mondiale, e proprio per questo motivo Thomas intraprese la carriera militare.

L’anno di svolta nella sua vita fu il 1976 quando venne assegnato al centro militare di Po dove ebbe inizio anche il suo percorso politico.

Quello che diventerà un vero e proprio leader, oltre ad addestrare i militari si preoccupava di formarli come cittadini in grado di impegnarsi a svolgere servizi di pubblica utilità come scavare pozzi, occuparsi del rimboschimento e altre mansioni che di bellico non avevano niente a che fare.

Il carattere e la caratura della sua anima lo fecero amare dai suoi uomini.
Non ci volle molto affinché la popolarità di questo sconosciuto ufficiale dal basco rosso iniziò a contagiare la popolazione. Ma il Paese era sconvolto da ben due colpi di stato, il primo avvenuto nel 1980 e il secondo nel 1982. Sankara durante l’esecutivo di Ouèdrago divenne primo ministro, ma per la popolarità che aveva acquisito e soprattutto per le sue posizioni radicali a favore dei movimenti terzomondisti, venne arrestato.

Mossa questa che ottenne l’effetto contrario a quello che i potenti pensavano, perché diede vita alla rivoluzione sankarista: la gente in pratica si riversava nelle strade a manifestare a suo favore, addirittura i militari che supportavano il capitano, uscirono dalle caserme opponendosi al regime. Fu così che il 4 agosto 1983 Thomas Sankara divenne Presidente della nazione.

Si trovò a governare una nazione assediata dalla desertificazione e dalla carestia, che da decenni conviveva con colpi di stato, scioperi selvaggi e una miseria dilagante.

Un anno esatto dopo, il 4 agosto 1984 egli cambiò il nome al suo paese, da Alto Volta a “Burkina Faso” usando due parole di lingue locali, che letteralmente significano “terra degli uomini integri”.

Già cambiare nome al proprio paese è stato un passaggio molto indicativo e simbolico.

Ricordiamo che il Burkina non sbocca sul mare ed è confinante con Niger, Benin, Togo, Ghana, Costa d’Avorio e Mali: un paese quindi quasi del tutto privo di risorse proprie.

Nonostante questo Sankara fu uno strenuo sostenitore della potenzialità del popolo burkinabé, per cui dette l’avvio a grandi e importanti riforme come quella agraria per ridistribuire le terre ai contadini. Era convinto che i prodotti industriali importati costituivano la prova del sistema di dominio globale esercitato dai paesi ricchi su quelli poveri, per cui lavorò anche per eliminare la dipendenza e l’influenza dall’occidente.

Attuò così una riforma che portò ad un aumento della produzione del cotone e dei cereali del 50%.

Voleva in pratica rendere i paesi dell’Africa autonomi dagli aiuti internazionali e dimostrare al mondo che anche gli stati più indigenti sono capaci di uscire dalla miseria facendo leva su: un’agricoltura in grado di soddisfare tutti, un’industria capace di produrre i beni di prima necessità e riducendo le spese superflue. Questo è il motivo per cui ai ministri venne imposto di rinunciare alle Mercedes per le meno costose e appariscenti Renault 5…

Thomas Sankara era ovviamente dalla parte del popolo: fece costruire alloggi, scuole e ospedali; credeva nell’istruzione e nella dignità delle persone.

In ogni villaggio fece costruire nuove scuole (in quattro anni la percentuale di bambini scolarizzati del Burkina salì di circa il 30%), ambulatori, piccoli dispensari e magazzini per i raccolti.

La gente lo amava sempre di più perché percepiva che i suoi intenti erano centrati al bene del paese, al bene comune.

Molti si offrivano volontari per realizzare i programmi della rivoluzione, e Sankara non lesinava le maniere forti quando si trattava di obbligare i capi-villaggio a seguire corsi di formazione per infermieri di primo soccorso!

Anche la campagna di alfabetizzazione nelle campagne fu imposta e obbligatoria: tutti, per 50 giorni consecutivi, furono costretti a frequentare la scuola. Arrivò persino ad obbligare la partecipazione ad almeno un’ora di ginnastica collettiva tutti i giovedì pomeriggio…

Come il più famoso “Che” argentino, Sankara non perdeva occasione per manifestare il proprio dissenso nei confronti dei paesi ricchi. Famosissime sono le frasi-denuncia sul vergognoso mondo delle colonizzazioni e dei soprusi economici. «Ci hanno prestato i soldi gli stessi che ci hanno colonizzato. E allora, cos’è il debito se non un neocolonialismo governato dai paesi che hanno ancora pruriti imperiali?».

Frasi che rimbombano ancora a distanza di molti decenni e che sono state probabilmente la causa della sua prematura scomparsa.

«Noi africani siamo stati schiavi e adesso ci hanno ridotto a schiavi finanziari. Quindi, se ci rifiutiamo di pagare, di sicuro non costringeremo alla fame i nostri creditori. Se però paghiamo, saremo noi a morire. Quindi dobbiamo trovare la forza di dire a costoro guardandoli negli occhi che sono loro ad avere ancora debiti con noi, per le sofferenze che ci hanno inflitto e le risorse immani che ci hanno rubato».

Andare contro il debito significa andare contro i banchieri internazionali, quindi contro il Sistema.

Thomas Sankara era quindi un personaggio scomodo, dava fastidio dentro e fuori l’Africa ed anche per questo non poteva durare a lungo.

Nonostante godesse dell’appoggio delle masse, la sua politica e il suo essere si scontrarono ovviamente con i gruppi di potere (sindacati, proprietari terrieri, capi tradizionali, ecc.), ma soprattutto con alcuni paesi occidentali, Stati Uniti e Francia in testa.

Avere in Africa un paese democratico, autonomo e libero può essere un serio pericolo per il Sistema…

Il 15 ottobre 1987 il grande rivoluzionario africano venne assassinato a Ouagadougou, la capitale del Burkina Faso, all’età di soli trentotto anni.

Sono le 16 del pomeriggio nella capitale e in programma ci sono tre riunioni per il gabinetto di governo. Alle 16.30 il Presidente a bordo di una Peugeot 205 nera si dirige alla sede del CNR, il Consiglio Nazionale della Rivoluzione, ma dopo pochi minuti la seduta viene interrotta da strani rumori improvvisi di mezzi in avvicinamento, macchine o camion.

A un certo punto al posto delle vecchie Renault si fanno sentire le raffiche di mitra. Uomini armati sparano contro l’edificio con fucili d’assalto, armi leggere e granate.

Sankara esce con le mani in alto ma viene freddato da una raffica, e con lui vengono uccisi altri 12 ufficiali e membri del governo.

Oggi sappiamo che il colpo di stato fu organizzato da un suo ex compagno d’armi, e poi braccio destro, l’attuale presidente del Burkina Faso, Blaise Compaoré!

Ufficialmente il complotto venne organizzato per consentire a nazioni fortemente industrializzate di poter continuare ad attingere, a costo bassissimo, alle risorse naturali del Burkina Faso, ma la realtà è un’altra.
Thomas Sankara andava tolto dalla circolazione perché stava facendo qualcosa che nessun altro aveva avuto il coraggio di fare: stava compiendo un vero e proprio miracolo in Africa.

Stava liberando gli uomini dalla schiavitù politica, economica e finanziaria dei paesi colonizzatori e soprattutto delle banche.

Il popolo stava alzando la testa, prendendo forza e coraggio e questo non va assolutamente bene per il Sistema! La prova è che appena assassinato, il paese ritornò alla schiavitù totale.

Sankara è rimasto alla guida del suo paese per soli 4 anni (1983-1987) ma quello che ha lasciato nella storia del Continente nero non sarà mai cancellato.

Discorso sul debito

Termino con lo storico e memorabile discorso che Thomas Sankara tenne il 29 luglio 1987 alla riunione dell’OUA (Organizzazione per l’unità africana) ad Addis Abeba.

Spiegò senza mezzi termini alla platea, cioè a tutti i suoi fratelli e colleghi capi di governo perché gli stati africani NON possono e NON devono pagare il debito: è ingiusto dal punto di vista morale, dal punto di vista economico, dal punto di vista politico e dal punto di vista storico!

Una magistrale dichiarazione che sentenziò sicuramente la sua fine…

Ecco una piccola estrapolazione.

«Vorrei dirvi, signor presidente, che il problema del debito è una questione che non possiamo eludere (…) Il debito si analizza prima di tutto dalla sua origine. Le origini del debito risalgono alle origini del colonialismo. Quelli che ci hanno prestato denaro, sono gli stessi che ci avevano colonizzato. Sono gli stessi che gestivano i nostri stati e le nostre economie. Sono i colonizzatori che indebitavano l’Africa con i finanziatori internazionali che erano i loro fratelli e cugini. Noi non c’entravamo niente con questo debito. Quindi non possiamo pagarlo. Il debito è ancora il neocolonialismo, con i colonizzatori trasformati in assistenti tecnici anzi dovremmo invece dire «assassini tecnici». Sono loro che ci hanno proposto dei canali di finanziamento, dei «finanziatori». (…)

Questi finanziatori ci sono stati consigliati, raccomandati. Ci hanno presentato dei dossier e dei movimenti finanziari allettanti. Noi ci siamo indebitati per cinquant’anni, sessant’anni anni e più. Cioè siamo stati portati a compromettere i nostri popoli per cinquant’anni e più.

Il debito nella sua forma attuale, controllata e dominata dall’imperialismo, è una riconquista dell’Africa sapientemente organizzata, in modo che la sua crescita e il suo sviluppo obbediscano a delle norme che ci sono completamente estranee. In modo che ognuno di noi diventi schiavo finanziario, cioè schiavo tout court, di quelli che hanno avuto l’opportunità, l’intelligenza, la furbizia, di investire da noi con l’obbligo di rimborso. Ci dicono di rimborsare il debito. Non è un problema morale. Rimborsare o non rimborsare non è un problema di onore. (…)

Il debito non può essere rimborsato prima di tutto perché se noi non paghiamo, i nostri finanziatori non moriranno, siamone sicuri. Invece se paghiamo, saremo noi a morire, ne siamo ugualmente sicuri. Quelli che ci hanno condotti all’indebitamento hanno giocato come al casinò. Finché guadagnavano non c’era nessun problema; ora che perdono al gioco esigono il rimborso. E si parla di crisi. No, Signor presidente. Hanno giocato, hanno perduto, è la regola del gioco. E la vita continua. Non possiamo rimborsare il debito perché non abbiamo di che pagare. Non possiamo rimborsare il debito perché non siamo responsabili del debito. Non possiamo pagare il debito perché, al contrario, gli altri ci devono ciò che le più grandi ricchezze non potranno mai ripagare: il debito del sangue. E’ il nostro sangue che è stato versato…»

Questo suo discorso venne perfettamente recepito dal Sistema e soprattutto messo in pratica, soprattutto nella parte conclusiva quando Sankara disse: «Patria o morte, vinceremo!»..

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