Femminicidio, omicidio, omocidio: la legge non è uguale per tutti

Approvato il decreto d’urgenza del governo: 113 le donne assassinate nel 2013, ma i delitti non sono in aumento. E in Europa si uccide molto di più che in Italia.

Oggi dovevamo completare il «trittico» di articoli sugli antichi cereali con un po’ di informazione sul kamut e gli altri marchi registrati, ma ecco che gli amici del blog ci tirano per la manica: «Hai visto?, il femminicidio è diventato legge, devi scrivere qualcosa». O meglio: ri-scrivere, perché il pezzo scritto il mese scorso appositamente  per «Disinformazione», il bel sito dell’amico Marcello Pamio, hanno già provveduto a copiarlo e incollarlo in almeno un’altra dozzina di siti. Significa che l’argomento, oltre che di estrema attualità, è uno di quelli che colpiscono nel profondo. E ti credo, visto che dall’inizio dell’anno le donne assassinate sono già più di cento. Praticamente una ogni tre giorni!

«Calma, non è mica un argomento scientifico», provo a ribattere. «Sì, se ci metti i dati»,  insistono loro. Dunque eccomi qui a ripetere che sul fenomeno femminicidio – parliamo di delitti efferati, dunque particolarmente odiosi e inaccettabili in un contesto civile – si sono già mobilitati in tanti, a cominciare dai molti giornalisti e blogger da cui abbiamo attinto a piene mani (il bravo Marcello Adriano Mazzola, Davide De Luca, Tonello, Patruno, etc.) che hanno fatto quello che non fanno più da tempo i media mainstream, ovvero «dare i numeri». Perché, e questo è il bello, di femminicidio si parla, si parla, ma i dati non ci sono. Sul serio. Il Ministero dell’Interno, che sarebbe il primo deputato a fornirne, non ne ha. Il chè la dice già lunga. Quei pochi che ci sono provengono o da data-base giornalistici, o dall’Istat (ma sono fermi al 2009), o da qualche istituto di ricerca indipendente come l’Eures. Pochi ma buoni? Se sì, prima e importante considerazione, è sorprendente come i dati dicano cose diverse da quella che è la percezione del fenomeno. Nel senso che, nonostante quello che possa far supporre l’amplificazione data dai media, non è assolutamente vero che il 2013 (113 le vittime dall’inizio dell’anno fino a oggi) sia una sorta di anno record per quanto riguarda i femminicidi. Né che questi ultimi siano in qualche misura aumentati rispetto agli anni scorsi.

FENOMENO COSTANTE. Dai giornali, difatti, si apprende che nel 2012 le donne uccise in Italia (nel 75% dei casi dal partner o dall’ex partner, e al 63% fra le mura di casa) sono state 124, e 137 nel 2011. Dunque siamo nel trend. Secondo l’Istat, le cui statistiche coprono il periodo dal 1992 al 2009, i femminicidi sono passati da 186 (1992) a 131 (2009), il che farebbe pensare a un fenomeno addirittura in calo. In realtà non è nemmeno così, perché nel periodo sono presenti oscillazioni che, secondo l’Eures, vanno da 98 (i minimi storici di delitti verificatisi nel 2005 e nel 2007) ai 199 del 2000, anno record in negativo dell’ultimo ventennio. Insomma, a spanne i dati indicano che si tratta di un fenomeno costante nel tempo, dunque forse endemico il chè sarebbe peggio, e con una media che si attesta più o meno sui 120 casi l’anno, o se preferite 10 al mese. Tra cui anche le 140 bambine e ragazze sotto i 12 anni finite nella lista delle vittime in Italia tra il 2000 e il 2012, di cui 94 per mano di uno dei genitori. Tante. Tantissime. Troppe. Però sempre dieci volte di meno delle donne suicide (circa 1.000 all’anno su un totale di 4.000 suicidi), a cui partner e famiglia hanno magari creato il vuoto attorno, o dei morti sul lavoro, per i quali non risultano nuovi provvedimenti legislativi in arrivo. Forse l’argomento non fa, come dire?, altrettanta audience. Come se le donne, oltre a essere protette dai partner o ex partner che le vogliono ammazzare, fossero immuni da altri tipi di violenze: stupri, incidenti, umiliazioni sul lavoro (le famose firme su documenti privati per non restare incinte). O, se imprenditrici, non rischiassero di ammazzarsi per gli stessi motivi dei loro colleghi maschi.

MASCHILISTA CHI? «Soggetti deboli», si dice. E difatti, non solo le donne italiane che hanno denunciato violenze sono un milione e mezzo, ma secondo magistratura e forze dell’ordine rappresentano solo la punta dell’iceberg (il 6-7%), il ché se vero – e probabilmente lo è – porterebbe il totale delle donne che hanno subìto violenze a 15-20 milioni, praticamente la metà della popolazione femminile in Italia! E’ anche vero però che se paragoniamo l’Italia con gli altri paesi europei, i dati dicono un’altra cosa. Per esempio che si uccidono molte più donne in Francia, in Germania e anche nella Svezia culla dell’emancipazione femminile. Secondo l’Oms, l’Organizzazione mondiale della sanità, difatti in Germania negli anni ‘80 i femminicidi erano il doppio che in Italia.  Mentre il paese europeo dove si ammazzano più donne è di gran lunga sapete chi? La Finlandia, in media 4-5 volte più che da noi. E dove, sempre in proporzione al numero degli abitanti, vantano anche il poco esaltante record europeo degli omicidi maschili. Non solo, ma secondo altri numeri, stavolta dell’Onu («Global Study on Homicide», dati 2008-2010), per quanto riguarda le donne uccise siamo addirittura agli ultimi posti nel mondo con il 23,9% di vittime sul totale di omicidi. Più o meno come gli Usa. Molto meglio della civileSvizzera (49,1%) o di Belgio (41,5%), Ungheria (45,3%) e Croazia(49%).  Dal che si deduce l’assunto: o il maschio italiano non è affatto maschilista. O, se lo è, lo è sicuramente meno dei suoi colleghi europei.

AGGRAVANTI. Intanto, con il decreto sul femminicidio convertito oggi in legge, scatta il pacchetto di nuove norme che prevedono pene più severe (arresti in flagranza, querela irrevocabile, aggravanti per coniuge e compagno anche non conviventi, braccialetto elettronico, etc.) per contrastare l’ondata di delitti. Un «antipasto»  di quel che succederà quando diventerà legge anche il disegno legge sull’omofobia e dunque sull’omocidio. Come se, la legge vigente appunto, non desse già la possibilità ai giudice di comminare aggravanti di pena a seconda delle circostanze in cui è maturato il delitto, la sua efferatezza, i futili motivi, eccetera. Per cui potremo arrivare al paradosso: se io uccido mia moglie rischio una pena più severa di quella che, al contrario, rischierebbe lei a uccidere me. O, se ammazzo un mio amico gay, appunto per il futile motivo che è un gay (o altri pregiudizi di razza e religione: per esempio perché è un cattolico, un ebreo, un musulmano), prendo più anni di galera di quelli che prenderebbe lui se mi ammazza per un identico futile motivo, cioè per esempio perché sono tifoso del Milan o della Juventus. Da cui la domanda d’obbligo: ma non si era detto che la legge è eguale per tutti?

 

Informazioni su Furio Stella

Giornalista, nato nel 1957 a Trieste, morto il 14 ottobre 2014. Ha lavorato a “Il Mattino di Padova”, di cui è stato vicecaposervizio del settore Sport, dal 1978 al 2013. Inviato del gruppo l’Espresso ai Mondiali di calcio 1990, ha collaborato con la Rai, “La “Stampa” e “Il Giorno”. Ha lavorato anche a “Il Centro di Pescara” e a “L’Alto Adige di Bolzano”. Nel 1995 ha fondato l’edizione italiana di “Nexus” di cui è stato direttore fino al 2004. Dal 2008 si occupa di “Effervescienza”, l’inserto scientifico del mensile “Biolcalenda”. Ha pubblicato la raccolta di racconti La casa dei molini a vento (Edizioni Andromeda, 2008) e il romanzo Il cameriere di Rocco (Edizioni La Torre ,2012). Ha scritto in collaborazione anche due libri sul calcio Padova, La vecchia signora di provincia (con Cellini e Trivellato, Edizioni Tipopadova 1980) e Calcio Padova 1910-2010, un sogno lungo un secolo (a cura di Toni Grossi, Il Mattino di Padova 2010).

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