Archivi categoria: Calcio Padova

Trucchi, imbrogli & C.

Le pagine nere: dagli illeciti di Rocco a Taranto ‘85, il Padova confessa i suoi peccati

“Ebbene sì, padre: ho peccato, ho peccato molto. Ne ho combinate di tutti i colori. Ho imbrogliato, ho mentito. Ho truccato le partite, e me ne pento. Per questo sono venuto qui oggi, nel giorno del mio centesimo compleanno, a cospargermi il capo di cenere. Devo liberarmi l’anima. Voglio rendere piena confessione delle mie malefatte”.
“Prego, figliolo”.

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Dieci partite da ricordare

27 MAGGIO 1984, SERIE B: PADOVA-LECCE 5-0

PADOVA – Cinquina del Padova all’Appiani. Non succedeva dai tempi di Mammi, quando gli avversari si chiamavano Omegna e Aurora Desio e l’aria della serie B sembrava terribilmente lontana. Ci voleva l’arrivo del Lecce, atterrato all’Appiani con chissà quali speranze di promozioni, per rispolverare il pallottoliere e ridare ai tifosi il gusto della goleada.

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Petrini, il calcio nel fango

«Quei due Padova-Genoa truccati del 1966 e ’67»

Fideiussioni false, passaporti falsi, bilanci falsi. Doping vero, però. E vere anche le partite truccate, i debiti di Roma e Lazio, l’idea del decreto salva-calcio, Tanzi e Cragnotti. Ma dalla sua quiete in Toscana, Carlo Petrini si gusta i malesseri del calcio uno per uno, lentamente, come le boccate che aspira dall’ennesima Camel con filtro. Il mondo del pallone l’ha bollato all’epoca del calcio-scommesse del 1980, per sempre, con il timbro di “venduto”. E lui se n’è vendicato a suo modo vent’anni dopo, raccogliendo le sue più spietate memorie in quel “Nel fango del dio pallone” (Kaos Edizioni, 168 pagine, 14 euro) che rappresenta ormai un fenomeno editoriale.

Dica la verità, Petrini: lei ora se la ride…

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Vlaovic, pensiero di Natale

La guarigione, il secondo figlio in arrivo e i due gol all’Inter: «Con la volontà si può fare tutto»

 Nella hall del Tergesteo, con i minuti contati perché la festa di Rino Baron e della Bata-Moser sta per cominciare. Passa Coppola vestito da violinista tzigano e si fa una ghignata. «Ha ha… Adesso che abbiamo vinto, rieccovi tutti qui a farci le interviste…». Vero. Però non ci vergogniamo. Anche perché sulla poltrona accanto alla nostra sta seduto Goran-Goran Vlaovic, arrivato di fresco da Zagabria dove è andato a prendere moglie e figlio. E un’intervista a Vlaovic, specie da quando gli è successo quel che è successo, non è mai tempo sprecato. Né una ripetizione di quel che è stato scritto il giorno prima. E poi l’abbiamo già detto ieri: dopo che ha suonato l’Internazionale, la sua storia assomiglia tremendamente a una di quelle favolette a lieto fine che si raccontano ai bambini sotto l’alberello. Meglio: a uno di quei raccontini di Natale, che se proprio non riescono a far diventare la gente più buona, be’, perlomeno ci provano. A proposito:
Dica la verità, Vlaovic: questo sarà un Natale tutto speciale…

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Vendrame, calcio e fantasia

«Insegnate ai ragazzi a non frenare l’istinto»

 Ore 17, lezione nell’aula Ippolito Nievo. Dietro la cattedra, invitato dalla squadra di calcio dell’Università, i capelli lunghi e la barba un po’ imbiancata di Ezio Vendrame. Vendrame, che cos’è la fantasia?, gli chiedono al momento di venire al sodo, e cioè di parlare di questi benedetti «molti campi della creatività» (sottotitolo: «L’estro di Ezio Vendrame») che è il tema conduttore dell’incontro. «E’ l’istinto quando non lo freni, e gli dai lo spazio per volare. Non è una cosa che l’inventi: ce l’hai dentro e basta», risponde lui dopo averci pensato su meno di un secondo.

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Così nacque Lady B

Un’ovazione per Cestaro, alla vice urlano: «Nuda, nuda…»

Ma dove va così di corsa Marcello Cestaro? A salutare i tifosi. A caricarli. A ringraziarli per essere venuti in 13.000 allo stadio. Corre sotto le tribune, occhiali da sole e maniche della camicia arrotolate, insieme alla sua vice Barbara Carron. Saluta, applaude, incita, benedice. Dall’altra parte del plexiglass bandiere, cori e mani protese. Un’ovazione. «Un presidente, c’è solo un presidente…», canta il popolo della curva. La partita deve ancora cominciare e c’è già un vincitore: lui.

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Ore 16.30, carica in curva

In trasferta a Verona con gli ultras: sassi, cori e manganelli (1991)

Mica facile scrivere dopo otto ore di trasferta. Otto ore passate quasi sempre in piedi, pigiati come bestie su un vagone ferroviario, scortati fra le vie di Verona fra due ali di carabinieri, confinati in una curva dello stadio, l’anello più basso, da dove la partita si vede o non si vede. Ebbene sì: in mezzo agli ultras, in mezzo ai cinquecento (ma forse anche di più) ultras padovani diretti a Verona per il derby c’ero anch’io. Giaccone militare, occhiali da sole, un chilo di gel nei capelli. Ho rischiato di finire in mezzo a una carica di celerini, ho schivato una pioggia di monete, non mi sono fatto beccare dai sassi lanciati durante il tragitto tra lo stadio e la stazione di Porta Nuova. Sicchè adesso sono qua a pigiare sui tasti, e a raccontarvi quel che ho veduto, sperando di riuscire a metterci tutto.

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Mendy, non siamo razzisti

L’Appiani dai buu agli applausi, lui ringrazia: «Mi insultano anche in Senegal» (1993)

Roger Mendy viene dal Senegal, gioca in Italia dall’anno scorso, ed è un peccato che i giornali si ricordino di lui solo quando c’è da scrivere un bel pezzo sul razzismo degli italiani. L’ultimo una ventina di giorni fa, quando Mendy rifilò una gomitata a Scarafoni in Cesena-Pescara perchè Scarafoni gli aveva detto «negro di merda. Mica l’unico baronetto, Scarafoni. Ieri, per esempio, li hanno sentiti tutti i fischi, gli insulti e i «buu» che piovevano dalla curva padovana tutte le volte che il Mendy teneva la palla sui pie’. Così come, però, si sono sentiti anche gli applausi quando al nostro Roger gli è toccato uscire dal campo con la caviglia in fiamme. Era la metà del secondo tempo, e di quell’applauso scrosciante, sincero, proprio un bel battimani, Mendy pareva quasi sorpreso: usciva dal campo salutato quasi come un vincitore, e di rimando allungava pure lui applausi, saluti e baci alla tribuna.

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