Pilotto e il risveglio anni Ottanta

Prima Pilotto, poi Puggina: l’Appiani si riempie ancora

Facile riempire lo stadio quando sei in serie A. Ma prova un po’ a farcela se sei in C/1 o addirittura in C/2. Eppure c’è un Padova che ci riesce. Proprio all’inizio degli anni ‘80. E’ il Padova di “Cina” Pezzato, di Pillon e “Furia” Idini, ma anche di “Mastro” Cerilli, Fellet e Da Re. Ed è soprattutto il Padova di Ivo Antonino Pilotto, il commerciante di Tombolo “re della carne”, sotto il cui regno (1979-1985) il calcio padovano rivive entusiasmi incredibili, passioni intense e anche profonde rivoluzioni societarie: un susseguirsi di fiammate capaci – non sembri irriverente il paragone – di accendere gli animi dei padovani non meno dei tempi d’oro di Rocco o del ritorno in serie A degli anni ‘90.


Prima di Pilotto era Giussy Farina, l’ex presidente del Lanerossi Vicenza e anche del Milan, che aveva talmente spolpato il Biancoscudo da precipitarlo addirittura in quarta serie. Era ancora il calcio romantico dei presidenti-mecenati come Pollazzi o Boldrin. Dopo Pilotto, e cioè con il Padova di Marino Puggina che nel giro di un decennio sarebbe arrivato addirittura in serie A, eravamo invece già nell’era del calcio manageriale, delle società gestite “come un’azienda”, degli sponsor sulle maglie (il primo fu la “Bata” nel 1981) e delle Spa.
In mezzo, lui. Il presidente-padrone che restituisce ai padovani la loro squadra di calcio. Quello che li fa innamorare di nuovo del baeòn in un ottovolante di emozioni. In sei anni conquista due promozioni, riporta il Padova dalla C/2 alla serie B, perde uno spareggio, vince una Coppa Italia di serie C e retrocede alla fine per illecito sportivo. Ma soprattutto riempie il vecchio Appiani come non succedeva dai tempi del Paròn.
Un entusiasmo persino contagioso. I 10 mila spettatori e oltre sono una norma. Si arriva anche a 16-18 mila. Nascono comitati spontanei, si fonda lo storico CCCB Centro di coordinamento; si organizzano le feste e le trasferte, i tifosi si muovono in massa sui pullman o sui treni speciali. I club biancoscudati spuntano come funghi in tutta la provincia. Alla fine saranno più un centinaio. Insomma attorno al Padova è tutto un rifiorire di passioni, occasione di scambi e di incontri, in cui i nuovi mezzi di comunicazione fanno da cassa di risonanza. Nascono le radiocronache, si seguono le immagini e i primi dibattiti televisivi. C’è anche il nuovo giornale dei padovani, il “Mattino”, nato nel 1978 e dunque perfettamente in battuta con il fenomeno Pilotto, che al Padova dedica articoli quotidiani, offre resoconti dettagliati delle partite, riporta le iniziative dei club. Spazi che fino a quel momento il calcio in città non si era nemmeno mai sognato di avere.
E Pilotto? Diventa subito un personaggio. Passionale, sanguigno, irruento, capace di passare da un osanna a una critica feroce nel giro di cinque minuti, individualista che più non si può, ingestibile all’interno dei vari consigli di amministrazione fatti e disfatti, l’Ivo Antonino da Tombolo prende in mano il Padova all’età giusta. Ha 34 anni, è giovane ma commercialmente già scaltro, è ambizioso. Incarna perfettamente il modello del presidente-padrone ma anche del presidente-tifoso. Seduto in panchina con i suoi Ray-Ban scuri, i pugni serrati, gli scatti d’ira o le altrettanto violente esplosioni di gioia, urla, sbraita, vive la partita come il più viscerale dei tifosi.
“Vai Pilotto, siamo tutti con te”, lo accompagna il popolo tifoso nei momenti decisivi.
Sì, sono davvero con lui. Tutti. Nei giorni delle due promozioni, la prima in C/1 nel 1981 con Mario Caciagli e l’altra in B due anni dopo con Bruno Giorgi. Anche nel giorno della delusione più cocente: lo spareggio perso nel 1980 a Verona contro il Trento, 6-7 ai rigori, ventimila padovani ammutoliti sugli spalti del Bentegodi. Sono con lui anche quando Pilotto caccia gli allenatori. Come fa a malincuore con Guido Mammi, primo tecnico della sua gestione, ma anche senza pensarci su con l’ex Giorgio Sereni e poi con Gennarino Rambone, l’allenatore napoletano con i cornetti portafortuna in tasca che aveva portato la squadra dalla “maga”. Cacciata che non gli riesce invece con Aldo Agroppi, a metà del campionato 1983/84: il baffo di Piombino, oggi lingua sciolta e gran fustigatore del calcio nazionale, torna a casa improvvisamente dopo dieci partite, e si dimette senza dare spiegazioni.
Come finisce si sa: con l’illecito di Taranto. E’ uno scandalo clamoroso. Lo sport cittadino non si beve la tesi del complotto e insorge. Pilotto, risparmiato dai “cardinali” dell’Ufficio inchieste, finisce comunque sul rogo. La sua presidenza è irrimediabilmente bruciata. Non gli entusiasmi che aveva suscitato. Quelli, anzi, fanno da carburante per il nuovo Padova, quello di Puggina e del suo slogan-giuramento: “Mai più serie C”. Verrà difatti subito la B con Buffoni. E poi, tempo dieci anni, addirittura la A.

Informazioni su Furio Stella

Giornalista, nato nel 1957 a Trieste, morto il 14 ottobre 2014. Ha lavorato a “Il Mattino di Padova”, di cui è stato vicecaposervizio del settore Sport, dal 1978 al 2013. Inviato del gruppo l’Espresso ai Mondiali di calcio 1990, ha collaborato con la Rai, “La “Stampa” e “Il Giorno”. Ha lavorato anche a “Il Centro di Pescara” e a “L’Alto Adige di Bolzano”. Nel 1995 ha fondato l’edizione italiana di “Nexus” di cui è stato direttore fino al 2004. Dal 2008 si occupa di “Effervescienza”, l’inserto scientifico del mensile “Biolcalenda”. Ha pubblicato la raccolta di racconti La casa dei molini a vento (Edizioni Andromeda, 2008) e il romanzo Il cameriere di Rocco (Edizioni La Torre ,2012). Ha scritto in collaborazione anche due libri sul calcio Padova, La vecchia signora di provincia (con Cellini e Trivellato, Edizioni Tipopadova 1980) e Calcio Padova 1910-2010, un sogno lungo un secolo (a cura di Toni Grossi, Il Mattino di Padova 2010).

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