La serie A in cinque clic

Dal gol di Coppola al rock triste di Lalas e Galderisi: magiche istantanee da un sogno

Primo clic. Al centro della foto c’è un giocatore con la maglia rossa che corre. Corre, corre e corre. Attorno a lui ci sono altri giocatori in maglia rossa che corrono: hanno lo sguardo rivolto verso di lui, qualcuno ha le braccia alzate, si vede benissimo che cercano tutti di acchiapparlo. C’è anche scritta la data: 15 giugno 1994. Chi è quel tizio che corre e urla e lancia baci con i capelli lunghi e i calzini giù? E’ Maurizio Coppola, romano de Roma. La sua è l’immagine della gioia. Non corre per inseguire il pallone, ma corre verso la curva dei suoi tifosi perché ha appena segnato il gol della vita. Lui, che in tutto il campionato non aveva mai segnato neanche per sbaglio. Un segno del destino. Un eletto. Perché quello è il gol che decide lo spareggio di Cremona, stadio Zini. E’ il gol che vale la serie A, il paradiso dopo 32 anni, e quella corsa pazza di Coppola ne è il simbolo: corre verso una porta che si sta aprendo, verso San Pietro con le chiavi, e gli angeli e gli arcangeli con le trombe che dicono prego, entrate, vi aspettavamo, accomodatevi tutti.

Secondo clic. Qui ci sono due ragazzi con la maglia bianca che ridono. Ridono, ridono e ridono. Sono fradici di pioggia e tengono tutti e due con le mani una statuetta di Sant’Antonio, anzi non la tengono: la mostrano, la ostentano, la agitano come un trofeo. Hanno un validissimo motivo per farlo. Sono Damiano Longhi, il capitano del Padova, e Ninetto Nunziata. E’ il 10 giugno 1995, hanno appena vinto il loro secondo spareggio e sono rimasti in serie A. Hanno battuto il Genoa al milionesimo calcio di rigore, l’ha segnato Michelino Kreek l’olandese dell’Ajax che è lì dietro a loro, confuso in un gruppo informe di altri padovani in mutande che non la finiscono più di correre, abbracciarsi, saltare, tuffarsi sull’erba e fare le capriole. Il cielo alle loro spalle è quello di Firenze, stadio Franchi. Un cielo tutto biancorosso come le bandiere e le sciarpe dei diecimila che si agitano dietro il plexiglass della curva Ferrovia. Baci e mani tese e ondate di emozioni: sciò, non fateci pensare che ci vengono ancora i “penotti” d’oca. 

Terzo clic. Che c’entra un auto con il calcio? Eppure sulla foto questo si vede: una Renault grigio metallizzata, presa dal retro, con la targa con su scritto PD 900104. Si legge la targa, ma la targa non ha importanza. Quel che importa è che fra il PD e il numero si vede uno stemmino. E’ biancorosso, con una croce da una parte e dall’altra il cavallo del Gattamelata, quello di Donatello che sta davanti al Santo. Quell’auto non è unica, tutte le auto di Padova girano con lo stemmino del Gattamelata sulla targa perché siamo a metà degli anni ’90, il Padova è in serie A e con il Padova anche tutta Padova, la città intera, è andata nel pallone. Il calcio è gioia, sono sorrisi, è una scusa per far festa, è una password per entrare dovunque. Quella squadra piace ai padovani, che fanno la fila al nuovo stadio Euganeo per andare a vederla giocare contro le grandi, ma piace anche nel resto d’Italia. E’ simpatica a tutti. E’ “nice” come dice quel giocatore con i capelli rossi lunghi e il pizzetto, che assomiglia a Buffalo Bill, fa il cantante rock e gira per Padova in bermuda con gli anfibi slacciati. Alexi Lalas. La gente lo vede passare, lo saluta e quando torna a casa dice: “Go visto l’american”. Lalas è straniero, e gli stranieri in quegli anni non fanno paura. Neanche l’est europeo che qui ha la faccia da bimbo di Goran-Goran Vlaovic, l’attaccante croato a cui i tifosi intitolarono addirittura una via, e che il Padova salvò mandandolo in Belgio a farsi operare alla testa. Temevano che non avrebbe più giocato al calcio, o peggio. Macché: dopo, quello segnava più e meglio di prima. 

Quarto clic. Ma guarda che faccia arrabbiata che ha Fabio Capello! E’ il 16 ottobre 1994 e il suo Milan si è appena preso due stecche all’Euganeo. E’ la prima vittoria in serie A del Padova, finora era stato lo zerbino di tutti, e invece guarda un po’ che roba. Gol di Lalas, incredibile, e poi quell’altro, Gabrieli, che segna da trenta metri con il destro. Lui, che il destro gli serviva solo per salire sul pullman. La gente salta e batte le mani. Capello è furibondo, dice che il primo gol l’ha rivisto in tv ed era fuorigioco netto. Manco per il tubo. (La domenica dopo ne ripigliamo quattro a Firenze: vabbè, lo dicevamo o no che siamo una squadra di matti?)

Quinto clic. C’è ancora Lalas. Nella foto ha una giacca western con le frange e con lui c’è “Nanu” Galderisi, il bomber del ritorno in A. Sono all’Euganeo, vestiti in borghese, che regalano saluti e sorrisi sotto le gradinate. Nell’aria l’altoparlante diffonde le note rock del suo “american”. L’american e Galderisi salutano e sorridono, ma nel sorriso c’è qualcosa che non va. Non assomiglia neanche un po’ ai sorrisi di Coppola, o di Longhi e Nunziata, o a quelli di un Bonaiuti, di Rosa, Cuicchi, Franceschetti, Gabrieli e Pippone Maniero. Neanche a quello dei suoi dirigenti, dal commendator Puggina a Sergio Giordani il presidente-manager, al ds Pierone Aggradi con il suo cappellaccio e la faccia da giocatore di poker. O ancora all’allenatore Mauro Sandreani, profilo da capitano di ventura, cui fa da chioccia Gino Stacchini, lui sì romagnolo e sorridente sempre, l’ex ala sinistra della Juve anni ’60. C’è una linea di tristezza, perché quello, domenica 25 febbraio 1996, giorno di Padova-Lazio 1-3, è il giorno dell’addio: di Lalas e Galderisi che partono per gli Usa, del Padova che sta ammainando le vele e che tempo un mese li ammainerà del tutto con la cessione societaria al gruppo milanese-friulano comandato da Cesarino Viganò. Le note rock sono la sigla di chiusura, signori si scende. Poi solo una mesta ritirata: dalla A alla B, la C/1, addirittura la C/2.

 “Restano i ricordi – dice il tizio chiudendo l’album ­– Sono al sicuro, nel cuore di chi c’era”.

 

 

Informazioni su Furio Stella

Giornalista, nato nel 1957 a Trieste, morto il 14 ottobre 2014. Ha lavorato a “Il Mattino di Padova”, di cui è stato vicecaposervizio del settore Sport, dal 1978 al 2013. Inviato del gruppo l’Espresso ai Mondiali di calcio 1990, ha collaborato con la Rai, “La “Stampa” e “Il Giorno”. Ha lavorato anche a “Il Centro di Pescara” e a “L’Alto Adige di Bolzano”. Nel 1995 ha fondato l’edizione italiana di “Nexus” di cui è stato direttore fino al 2004. Dal 2008 si occupa di “Effervescienza”, l’inserto scientifico del mensile “Biolcalenda”. Ha pubblicato la raccolta di racconti La casa dei molini a vento (Edizioni Andromeda, 2008) e il romanzo Il cameriere di Rocco (Edizioni La Torre ,2012). Ha scritto in collaborazione anche due libri sul calcio Padova, La vecchia signora di provincia (con Cellini e Trivellato, Edizioni Tipopadova 1980) e Calcio Padova 1910-2010, un sogno lungo un secolo (a cura di Toni Grossi, Il Mattino di Padova 2010).

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