Galderisi facci un gol

La sfida di Nanu: «Vi riporto in A»                  

Ma perché Nanu Galderisi non se lo fila più nessuno? Alla mostra del Centenario non c’era una foto sua che fosse una. Persino sul libro c’era Lalas e non lui. Né, che si sappia, Cestaro l’ha mai invitato una volta a cena. Quanto a raccomandazioni, poi, basta guardare la sua carriera di allenatore. Gubbio, Giulianova, Sambenedettese… Panchine instabili di società ancora più instabili. Nessuna corsia preferenziale. E anche adesso, dopo dieci anni di serie C, eccolo all’Arezzo, oltretutto assunto a stagione già iniziata.

  Mica il massimo, bisognerà ammetterlo, per uno che nel calcio non è certo un Pinco Palla qualsiasi. Ha vinto due scudetti nella Juve più uno a Verona, ha giocato con Milan e Lazio, ed è stato persino centravanti della Nazionale con il «vecio» Enzo Bearzot a Messico ’86. E prima di chiudere la carriera in America con il suo amico Alexi, ha riportato il Padova in serie A a suon di gol. Dopo 32 anni. Impresa non meno miracolosa dello scudetto conquistato in riva all’Adige. Quasi un uomo delle cause impossibili.

 Ma se il calcio e il Padova lo hanno messo in disparte, non così i tifosi. Per i quali Nanu, il soprannome che gli affibbiarono per sbaglio i compagni quando giocava nelle giovanili della Juve («Chiamavano così Della Monica, e lui mi assomigliava…»), continua a essere il giocatore simbolo di un’intera generazione. Più di Lalas che, in fondo, della serie A è stato solo l’icona freak. E non come Galderisi che la A l’ha invece conquistata buttando sudore e lacrime negli ultimi incredibili campionati allo stadio Appiani.

 Era stato Pierone Aggradi, il ds con il cappellaccio, a portarlo qui dal Milan nel 1989. «Vieni a Padova che andiamo su», gli dice. Galderisi accetta perché vuole giocare e rilanciarsi, ma poi succede che del Padova s’innamora. Si coinvolge nell’impresa. Mette famiglia e radici. Ci butta l’anima. «Sì, mi sono legato completamente al gruppo e alla società – racconta oggi Nanu, 47 anni il mese prossimo – Nel ’91 Trapattoni mi voleva all’Inter come terza punta e gli ho detto di no. Avrei voluto, ma mi sentivo tanto responsabilizzato, non potevo lasciare la barca».

 Sette campionati nel Padova. Quasi duecento partite. Cinquanta gol, gli stessi di un mostro sacro come Sergione Brighenti. Addirittura un club con il suo nome. «Il ricordo più bello? Firenze e Cremona al top – dice Galderisi – Quei due stadi degli spareggi sono brividi allo stato puro… Mai vista una città così piena di passione e amore. E poi la gente, il boato che si alzava all’Appiani quando puntavo l’avversario. “Na-nu, Na-nu…”».

 «Vi ci riporto io in serie A», dice anche Galderisi, infischiandosene delle foto, delle cene, delle mostre, e insomma della dimenticanza. «Prima o poi – assicura – al Padova ci arriverò. I sentimenti ce li ho ancora dentro. Butto sangue tutti i giorni, mi piacerebbe farlo per qualcosa in cui ho sempre creduto. Allora sì che tutto per me avrebbe un senso».

 

 

Informazioni su Furio Stella

Giornalista, nato nel 1957 a Trieste, morto il 14 ottobre 2014. Ha lavorato a “Il Mattino di Padova”, di cui è stato vicecaposervizio del settore Sport, dal 1978 al 2013. Inviato del gruppo l’Espresso ai Mondiali di calcio 1990, ha collaborato con la Rai, “La “Stampa” e “Il Giorno”. Ha lavorato anche a “Il Centro di Pescara” e a “L’Alto Adige di Bolzano”. Nel 1995 ha fondato l’edizione italiana di “Nexus” di cui è stato direttore fino al 2004. Dal 2008 si occupa di “Effervescienza”, l’inserto scientifico del mensile “Biolcalenda”. Ha pubblicato la raccolta di racconti La casa dei molini a vento (Edizioni Andromeda, 2008) e il romanzo Il cameriere di Rocco (Edizioni La Torre ,2012). Ha scritto in collaborazione anche due libri sul calcio Padova, La vecchia signora di provincia (con Cellini e Trivellato, Edizioni Tipopadova 1980) e Calcio Padova 1910-2010, un sogno lungo un secolo (a cura di Toni Grossi, Il Mattino di Padova 2010).

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