Bedin, il mediano di Cristo

Il gol, la maglietta, la fede: “In Dio è la mia forza” (3 ottobre 2004)

Un flash. Il calciatore che segna un gol e si toglie la maglia. Sotto ne ha un’altra con su scritto “I believe in Jesus”, io credo in Gesù. Un brasiliano, non ci piove. Come il milanista Kakà: uno che è stato anche predicatore di una setta cristiano-evangelica (di cui è tuttora testimonial nel mondo) e che persino sulle scarpe da pallone ci fa scrivere “Deus è fiel”, Dio è fedele. O quel tal portiere della Selecao di cui ci sfugge il  nome, che prima di ogni partita regalava copie della Bibbia al numero uno avversario.

O l’ex parmense Taffarel e il neointerista Zè Maria, due che si considerano “atleti di Dio”, e che lanciano le loro testimonianze di fede anche dal pulpito dei loro siti internet.
Macchè. Nè l’uno nè gli altri. L’ultimo gloria calcistico a Nostro Signore, la maglia “I believe in Jesus”, si leva dal più padovano dei calciatori del Padova. Maurizio Bedin, 25 anni, centrocampista di Reschigliano, frazione di Campodarsego.
«Ma sono nato a Camposampiero perchè lì c’è l’ospedale», precisa lui, secondo (cioè primo) di due gemelli. Roba da non credere, se non l’avessimo visto togliersi la maglia con i nostri occhi, domenica scorsa allo stadio Euganeo di Padova, al 15′ minuto del secondo tempo di un terrificante Padova-Lanciano (2-3) di serie C/1. Fregandosene di quel che diranno gli altri. E fregandosene anche dell’arbitro, che applicando con ferreo rigore le nuove regole dettate dalla Fifa e dagli sponsor, lo ha subito ammonito(«Mi dispiace per l’ammonizione, ma la gioia era troppo grande e non ho resistito…»). E dunque adesso eccoci qui, sui gradoni dell’abbazia di Praglia, poco distante da Bresseo dov’è appena finito l’allenamento del giovedì mattina, assieme al nostro Bedin. A provare a parlare di Dio, stavolta, e non di calcio.
Bedin, ma come le è venuta l’idea della maglia?
Me l’hanno regalata. Io frequento una comunità di preghiera vicino a Vicenza che si chiama “Koinonia Giovanni Battista”. Koinonia in greco vuol dire comunità. C’è da 25anni. Il fondatore si chiama Padre Ricardo, è argentino. Ci troviamo a pregare ogni mercoledì sera, a casa di un amico che si chiama Manuel. Manuel un giorno mi dice: “Abbiamo le magliette, vedrai che se te la metti il Signore ti farà fare gol…”. Il gol è la cosa più grande per un giocatore, e dedicarlo a Dio significa glorificarlo.
Be’, sembra che il suo amico Manuel c’abbia indovinato…
E’ vero. Io, prima di domenica, non avevo mai segnato in carriera. Anche questo è un segno. Io sono centrocampista e i gol, più che farli, dovrei farli fare agli altri. Sulla maglia ho scritto Gesù e non Dio, perchè Gesù è il tramite con cui si arriva a Dio. Ed è vivo e  presente nelle cose quotidiane: la famiglia, il lavoro, gli amici, le relazioni con il prossimo. Fino a 17 anni non andavo in chiesa, o se ci andavo lo facevo solo perchè me lo diceva mia mamma. Avevamo dei problemi, niente di particolare, i problemi che si hanno a quell’età lì. Un giorno c’erano a casa degli amici di famiglia e ci dicono: “Invece di lamentarvi, perchè non pregate di più?”. Prima abbiamo cominciato a frequentare una comunità di Verona, poi, visto che con il calcio ho cominciato a girare, Lecce, Sampdoria, Cosenza, non ho potuto continuare. Ora il Signore mi ha fatto trovare questa. Sento che è la mia strada.
E perchè non la normalissima parrocchia di Reschigliano?
Infatti io in chiesa lì ci vado. A messa tutte le domeniche. Anche quando sono in trasferta, se riesco a trovare una chiesa vicino all’albergo. La comunità è un di più. Un arricchimento.
Prega molto?
Tutte le mattine. Magari mezz’oretta, leggo un brano del vangelo e un salmo. Poi ogni mercoledì sera, come ho detto, mi vedo con la comunità. Facciamo dei canti, si spiega un brano del vangelo. Chi fa il monaco deve pregare. Chi fa un altro mestiere deve farlo attraverso il lavoro. Io, calciatore, manifesto la mia fede più con il comportamento in campo che con la preghiera.
Per esempio?
Andare in campo e dare tutto. Non bestemmiare. Rispettare le regole.
Su, Bedin: qualche calcio o spintone lo rifila anche lei…
Ma sì, ma sì… E’ il gioco. E’ il ruolo. Ognuno ha le sue doti, come la parabola dei talenti, e quelle cerca di esprimerle al massimo.
Prega, si comporta bene, non tira tardi nei locali, non va a donne: visto lo stereotipo del calciatore, non è che si sente, come dire?, una specie di marziano?
No. Io sono sposato con Erika, abbiamo gli stessi interessi e valori, anche lei crede tanto, e abbiamo basato la nostra vita su quelli. Abbiamo due figli piccoli. Forse non facciamo quello che fanno altri, ma andiamo dovunque: mica ci chiudiamo in casa.
Come si chiamano i suoi figli?
Christian e Tommaso. Christian ha tre anni, Tommaso ne compirà uno il 7 ottobre. Christian l’ho chiamato così perchè avevo conosciuto Lantignotti. Eravamo diventati molto amici. Non era sposato in chiesa: l’ha fatto due anni fa, e ha voluto me come testimone. Sono soddisfazioni per me venti volte più importanti di un gol.
Parliamo un po’ di brasiliani: Kakà, Zè Maria, Taffarel, il portiere che regalava le Bibbie…
Cafù, Emerson… Io a Cosenza ho giocato con Marco Aurellio. Lui è, o lo è stato, presidente della chiesa evangelista brasiliana. Mi ha regalato un libro, “Cambia ritmo” mi pare che fosse il titolo, in cui ci sono tutte le testimonianze dei calciatori brasiliani di oggi e di ieri. Loro hanno questo modo più gioioso, che dovremmo avere anche noi cristiani, di vivere senza vergogna la loro fede. A volte viene fatto passare per un’esaltazione, ma non lo è.
Certo che anche il cristianissimo Trapattoni, con le sue boccette d’acqua santa…
Appunto. Bisogna stare attenti perchè da una cosa che fai con semplicità te la fanno passare per un’esaltazione. Ma lui non ha fatto niente di male.
E di Baggio, che ha trovato un’altra strada nel buddismo, lei che ne pensa?
Non si può giudicare la religione di altri. Io posso parlare della mia esperienza, dire che ho visto Gesù presente nella mia vita, e che lo sento ogni giorno. No, non mi sento di dire se lui ha sbagliato o ha fatto la scelta giusta.
Si sente un privilegiato?
In quanto calciatore, sì. Io il mio lavoro lo vedo come un dono perchè un calciatore è più sott’occhio di tanti mestieri. Posso portare Gesù a tante più persone.
Ha visto il film “The Passion”?
Bello. Per chi crede, ti lascia qualcosa dentro. Durante il film m’è venuta rabbia verso quelli che lo mettevano in croce. M’è venuto quasi da entrare nello schermo a picchiarli io… Poi sentire la frase “perdona loro perchè non sanno quello che fanno”, m’ha sconvolto. Pensare a quanto amore, quanta forza spirituale poteva avere in quel momento. Il perdono è una delle massime espressioni dell’amore.
I suoi compagni di squadra che dicono: la evitano, la sopportano, dicono “Bedin è strano”?
Niente di tutto questo. Ci alleniamo, stiamo insieme in ritiro, andiamo a mangiare assieme. E se parlo con loro di queste cose, mi stimano.
Come Lantignotti?
Anche come Sergio Porrini, l’ex capitano del Padova. Con lui di certe cose ne abbiamo parlato tantissimo. Ora gioca nel Pizzighettone. Quando gli ho raccontato per telefono del gol e della maglia, era stracontento. “Grande”, mi ha detto.
Un’ultima domanda: in nome di Dio si fanno anche le guerre, le crociate, ci si fa esplodere in un autobus affollato, si sgozzano ostaggi. Lei che dice?
Dico che è sbagliato fare le guerre. Gesù la sua vittoria l’ha ottenuta anche quando agli occhi del mondo sembrava uno sconfitto. Dico anche che tante volte una cosa buona può essere usata per fare del male. In questo il Signore ci lascia liberi.

Informazioni su Furio Stella

Giornalista, nato nel 1957 a Trieste, morto il 14 ottobre 2014. Ha lavorato a “Il Mattino di Padova”, di cui è stato vicecaposervizio del settore Sport, dal 1978 al 2013. Inviato del gruppo l’Espresso ai Mondiali di calcio 1990, ha collaborato con la Rai, “La “Stampa” e “Il Giorno”. Ha lavorato anche a “Il Centro di Pescara” e a “L’Alto Adige di Bolzano”. Nel 1995 ha fondato l’edizione italiana di “Nexus” di cui è stato direttore fino al 2004. Dal 2008 si occupa di “Effervescienza”, l’inserto scientifico del mensile “Biolcalenda”. Ha pubblicato la raccolta di racconti La casa dei molini a vento (Edizioni Andromeda, 2008) e il romanzo Il cameriere di Rocco (Edizioni La Torre ,2012). Ha scritto in collaborazione anche due libri sul calcio Padova, La vecchia signora di provincia (con Cellini e Trivellato, Edizioni Tipopadova 1980) e Calcio Padova 1910-2010, un sogno lungo un secolo (a cura di Toni Grossi, Il Mattino di Padova 2010).

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