Appiani, lo stadio del cuore

La “fossa dei leoni” compie ottant’anni (19 ottobre 2004)

Toc toc.
Buongiorno signor Appiani, siamo venuti a farle gli auguri di buon compleanno…
«Oh cari, ma che bella sorpresa… Che gentili a ricordarvene. Entrate, entrate, accomodatevi qui sull’erba».
Certo che ottant’anni sono una bella età: com’è che se la passa?
«Come vuole che vada? Da poveri pensionati, grazie. Vita regolata, molto riposo, qualche vecchio amico che ogni tanto mi viene a trovare. Al pomeriggio me ne sto qui a guardare i bambini della scuola calcio, la domenica mi pare che ci giochino il Petrarca o il Cus. Nessun disturbo, anzi. A veder giocare tutti questi ragazzi mi fa piacere. Mi fanno sentire giovane».


In effetti sembra in buona salute…
«Diciamo che non mi posso lamentare. Sono un po’ spelacchiato, questo sì, e se mi guarda bene i cancelli vedrà che c’è un sacco di ruggine. Però le ossa mi tengono bene. Qualche anno fa venne a farmi un controllo alle strutture portanti il mio amico Gastone Zanon, quello che giocava nel Padova e che poi, da impresario edile, nel 1960, mi ha anche costruito la parte alta della gradinata. “Sei sempre bello solido”, mi ha detto dandomi una bella pacca ai piloni di cemento. Sa, una vita da sportivo…».
Certo che l’ha scampata bella: lo sa che tre anni fa volevano persino buttarla giù?
«Cose che si dicono. Monade, come avrebbe detto Rocco. Tant’è che io stesso non gli ho dato neanche peso, si figuri. E poi se ne sentono tante: che mi trasformeranno in un museo, in un parcheggio, persino che diventerò un auditorium… Dica: mi ci vede nel bel mezzo della prima sinfonia di Mahler? Per fortuna sono abituato a sentirne di tutti i colori…».
Anche il suo amico Vendrame ha detto che se la buttano giù a lui non gliene frega niente…
«Ezio è fatto a modo suo, spesso dice e fa le cose senza neanche pensarci… Come quella volta che all’improvviso, durante un Padova-Cremonese del 1977, si mise a correre con il pallone verso la sua porta, quella lì a destra. Fintò anche il tiro: dovevate vedere la faccia spaventata del portiere… In quella partita morì uno spettatore d’infarto. “Io sono uno che dà emozioni: se era ammalato di cuore ed è venuto a vedermi, vuol dire che voleva suicidarsi…”, fu il suo commento. Però io Vendrame lo conosco bene e vi assicuro che è un bravo ragazzo. Ha un cuore grande. Mi ricordo un giorno, alla fine di un allenamento, che uscì dallo spogliatoio con la chitarra in mano. C’erano dei ragazzi, uno si avvicinò e gli disse: “Che bella chitarra che ha, signor Vendrame. Sa, anche a me piacerebbe tanto averne una, purtroppo non ho i soldi per comprarmela…”. Ezio non ci pensò neanche un secondo. “Toh”, disse. E gliela regalò su due piedi».
Certo che lei ne ha viste di cose, eh? Si ricorda anche il giorno che l’inaugurarono?
«Come fosse ieri. Era proprio il 19 ottobre. In campo c’erano Padova e Andrea Doria. Il Padova vinse 6-1 e quattro gol li fece Giovanni Vecchina… Quella volta mi chiamavo ancora stadio Comunale e basta. Poi mi battezzarono con lo stesso nome di un ragazzo coraggioso, Silvio Appiani. Giocava attaccante con la maglia numero undici, e si arruolò volontario per combattere nella Prima guerra mondiale. Morì sul Carso a 21 anni. Sarà stato il suo nome, la storia, non lo so: ma io questo suo coraggio credo di averlo in qualche modo ereditato. Qui dentro, se uno poco poco aveva le gambe che tremavano, era meglio che facesse a meno a entrare. Non sono mai stato un posto per mammolette».
Chissà come si sarà divertito negli anni di Nereo Rocco…
«Non se lo può neanche immaginare. Sono stati gli anni più belli della mia vita. E mica solo perchè il Padova metteva sotto gli squadroni, eh?, o perchè i giornalisti cominciarono a chiamarmi “La fossa dei leoni”… Sa, non sono mica fatto solo di erba o di cemento… Solo che se devo essere sincero le risate più matte me le facevo durante gli allenamenti. Mona a questo, mona a quell’altro. Lo sa di quella volta che Rocco e Blason baruffarono?».
No.
«Non si parlarono più per quindici giorni. Non mi ricordo più il perchè. Gelo ssoluto. Nessuno dei due voleva mollare. Poi un martedì, alla fine dell’allenamento, eccoli che camminano con tutta la squadra ai bordi del campo. Rocco che dice a uno, “ancora un giro e poi doccia”, poi a un altro e un altro ancora finché restano solo loro due: Rocco e Blason. Tre giri sempre più lenti finché a un certo momento, in un punto preciso che le spiegherò dopo, Rocco si ferma e dice: “Ciò, gavemo de far ancora i mona?”. Risata e stretta di mano. Bellissimo».
Lei è stato uomo di mondo: nel 1925, per l’inaugurazione ufficiale, qui ci venne addirittura la Nazionale…
«Era il 4 novembre. In amichevole, contro la Jugoslavia, e vinse 2-1. L’Italia, capisce? E mica quella di adesso, eh? Combi, Schiavio, Fuffo Bernardini… Questa era gente che indossare solo la maglia azzurra era un onore. E in campo si vedeva. Orpo, se si vedeva».
Novanta minuti d’azzurro e poi più niente: poco?
«Assolutamente. Quella partita è stato un onore anche per me, e l’onore non si misura con il cronometro. Comunque altre dieci volte qui hanno giocato altre Italie. L’Italia B, l’Under 21, l’Olimpica… Pensi: dieci partite e non ne hanno persa neanche una. E senza contare il rugby…».
Scusi, che c’entra il rugby?
«Perché: non lo sa? Da me hanno giocato la Nazionale, i Dogi, il XV della Colonna… Anche gli All Blacks, quelli tutti vestiti di nero che all’inizio della partita spaventano gli avversari facendo la Haka. Era la prima volta che venivano in Italia. Per vederli, contro il XV del Presidente, vennero in 20 mila… E sempre nel 1977 ho ospitato l’ultima gara di campionato fra Petrarca e Rovigo: 18 mila persone anche lì. Poi all’inizio degli anni ottanta costruirono il Plebiscito e allora via tutti. Sciò».
Lei però ha sempre preferito il calcio…
«Eh be’, io per il football ci sono nato. Si capisce. E poi la palla ovale c’ha gli spigoli, e quando rimbalza mi dà sempre un po’ di fastidio…».
Se le chiediamo i ricordi più belli, cos’è che le viene in mente?
«Così sui due piedi? Mi ci faccia pensare… Be’, forse Padova-Juventus del 1958, l’anno in cui il Padova arrivò terzo. Hamrin, Brighenti, Rosa… Quella partita con tutta la gente in campo. Ce n’era troppa, la fecero entrare sui bordi e lì ci rimase. Avevano i piedi praticamente sulla linea bianca, i giocatori non riuscivano nemmeno a battere le rimesse laterali. Mi ricordo anche l’arbitro, Orlandini di Roma. Però, ohè, ci pensa? Gli spettatori in campo, e neanche un incidente che fosse uno…».
Buona questa: ce ne racconti un’altra.
«Ma sa, sarà una sciocchezza, sarà la vanità… ma io tutte le volte che guardo dietro la porta, in quel punto lì, sa chi ci vedo? Umberto Saba. Il poeta. Capitò qui all’improvviso, una domenica del 1933, con la figlia Linuccia che era una gran patita del pallone. I tifosi, vedendo che tifava per il Padova, le regalarono un mazzolino di fiori raccolti lì per lì. Sui fiori c’era anche un bigliettino con sopra quelli che diventarono poi gli ultimi versi di “Tredicesima partita”. “Piaceva essere così pochi, intirizziti, uniti, come ultimi uomini su un monte, a guardar di là l’ultima gara”. Ci pensa? Addirittura una poesia. E tutta per me».
Dica la verità: le piacerebbe che un giorno qui ci tornasse a giocare il Padova?
«C’ho pensato molto. Dopo che mi hanno mandato in pensione, il 29 maggio 1994, Padova-Palermo 0-0, mi sembrava che mi mancasse qualcosa. Sì, avrei dato non so che pur di riavere il calcio. Però ora sono passati più di dieci anni, e non la penso più così. C’è un inizio e una fine per tutto. O se preferisce, ci sono momenti della vita in cui bisogna accettare quel che viene. Dunque le rispondo così: ho vissuto anni bellissimi, se un giorno ridivento uno stadio vero, bene. Sennò amen. Nessun rimpianto. Ho ottant’anni e una valigia di ricordi che nessuno mi porterà via mai. Io ci sarò sempre, anche quando mi abbatteranno sul serio per farci un parco con
gli alberi e le panchine. Sedendosi qui, chi vorrà, potrà ancora sentire la mia voce».
Un’ultima domanda, signor Appiani: ma dov’è il posto preciso in cui Rocco e Blason fecero pace?
«Non lo immagina? Proprio qui, nel punto più vicino al mio cuore».

Informazioni su Furio Stella

Giornalista, nato nel 1957 a Trieste, morto il 14 ottobre 2014. Ha lavorato a “Il Mattino di Padova”, di cui è stato vicecaposervizio del settore Sport, dal 1978 al 2013. Inviato del gruppo l’Espresso ai Mondiali di calcio 1990, ha collaborato con la Rai, “La “Stampa” e “Il Giorno”. Ha lavorato anche a “Il Centro di Pescara” e a “L’Alto Adige di Bolzano”. Nel 1995 ha fondato l’edizione italiana di “Nexus” di cui è stato direttore fino al 2004. Dal 2008 si occupa di “Effervescienza”, l’inserto scientifico del mensile “Biolcalenda”. Ha pubblicato la raccolta di racconti La casa dei molini a vento (Edizioni Andromeda, 2008) e il romanzo Il cameriere di Rocco (Edizioni La Torre ,2012). Ha scritto in collaborazione anche due libri sul calcio Padova, La vecchia signora di provincia (con Cellini e Trivellato, Edizioni Tipopadova 1980) e Calcio Padova 1910-2010, un sogno lungo un secolo (a cura di Toni Grossi, Il Mattino di Padova 2010).

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