Cemento

Case e capannoni, in nessuna regione d’Italia si è costruito come nel Veneto. Il risultato? La distruzione del territorio e delle sue bellezze storiche e artistiche. Nostra intervista a Gian Antonio Stella: «Ecco dove abbiamo sbagliato»

E va bene: qui non c’è la Terra dei Fuochi, né lo scempio architettonico di Pompei. Ma se pensate che il Veneto possa chiamarsi fuori dalla distruzione del territorio e delle sue innumerevoli bellezze storiche e artistiche – centri storici, case, ville, palazzi, eccetera – rischiate di prendere solo un grosso abbaglio. Non solo perché in nessuna altra regione d’Italia l’urbanizzazione, o meglio le colate di cemento, si sono abbattute negli ultimi cinquant’anni in quantità così elevate; ma anche perché il dissesto continua a tutt’oggi, alla faccia del fatto che il Veneto, conti alla mano, sia anche la prima regione italiana in fatto di turismo. «Alla fine non è che i veneti possono pensare che le brutture, l’abbandono, il degrado, siano solo da altre parti», scuote la testa Gian Antonio Stella, il giornalista che ha appiccicato indelebilmente sulla classe politica italiana l’etichetta di “casta”  (il suo libro del 2007, “La casta” appunto, è il saggio più venduto di sempre: quasi un milione e mezzo di copie), mettendone a nudo vizi, privilegi e malaffari.

  Non solo la casta, naturalmente, perché se siamo qui a parlare del degrado veneto con lui, 61 anni, firma di punta del Corriere della Sera, è soprattutto per altri due buoni motivi: il primo è perché conosce bene il Veneto, visto che c’è nato e vissuto; e il secondo è perché se si tratta di denunciare il vandalismo architettonico, e qui ci riferiamo a un altro suo bel libro-inchiesta del 2006 (“Vandali: assalto alle bellezze d’Italia”, scritto anch’esso in collaborazione con Giorgio Rizzo), Stella è uno che non si tira certo indietro, anzi. E questo è soprattutto il motivo per cui ha accettato subito l’intervista con noi.

 

DA VERONA A TREVISO

«Di abbandoni di beni architettonici ce n’è anche qua – dice Stella – Ci sono cose che non vanno anche nel Veneto, e sono tante. Dico le prime che mi vengono in mente: le condizioni penose dell’Arsenale di Verona, per esempio, che adesso si tenta di farci un progetto, di privatizzarlo, di farci delle cose strane. Non so come andrà a finire, la cosa è già stata denunciata anche da Salvatore Settis (l’archeologo e storico dell’arte) come un progetto che non va bene. Poi mi vengono in mente i forti austriaci a Peschiera: c’è stato qualche progetto qualche anno fa, ma non mi risulta che sia cambiato assolutamente nulla, sono in condizioni che non sono accettabili».

«Per quanto riguarda il Trevigiano, invece, non va bene il modo in cui è messo il Barco di Caterina Cornaro ad Altivole, mentre ad Asolo è stata fermata per un pelo una nuova area industriale che prevedeva un sacco di metri cubi di capannoni e di edilizia residenziale in una realtà in cui oggi sinceramente non ce n’è bisogno. Questo lo spiega molto bene il professor Tiziano Tempesta, che è un grande esperto e studioso del consumo di territorio (insegna al Dipartimento territorio e servizi agroforestali dell’università di Padova), e ha dimostrato come la quantità di metri quadri e metri cubi di edilizia pro capite costruita nel Veneto sia molto più alta della media italiana».

Dunque più case, più capannoni, più tutto. «Eh sì, i veneti in casa non stanno certo stretti…», dice Stella, provando a scherzarci su. Già, perché in un’Italia che quanto a cementificazione non è seconda a nessuno, visto che nei soli quindici anni che vanno dal 1990 al 2005 il suolo agricolo nazionale si è ridotto del 17%, praticamente un territorio grande come Lazio e Abruzzo messe insieme, il Veneto ha battuto tutti i record. Nella sola provincia di Vicenza, tanto per citare un altro dato, nel periodo 1951-2001, a fronte di un incremento della popolazione del 32,7%, la superficie urbanizzata è cresciuta addirittura del 324%. Cioè dieci volte di più. «E – ricorda l’inviato ed editorialista del “Corrierone” – ci sono posti come Silea, preso in esame da una ricerca dell’università di Padova, o altri posti nel Veneto, che sono indicativi per vedere come l’esplosione demografica sia stata nettamente inferiore all’esplosione di cemento».

 

VILLE A RISCHIO

Luoghi a rischio? Tanti. Ma è sul caso delle ville venete che Stella concentra la sua attenzione. «Ci sono delle ville che sono in condizioni penose sparse per tutto il Veneto. Assolutamente penose. E’ chiaro che non puoi stare dietro a tutto, però ci sono delle realtà incredibili, per esempio un sacco di ville venete che dentro il parco ci hanno fatto delle zone industriali…». Dentro i parchi delle ville: abbiamo capito bene? «Ma sì, anche su questo punto ha fatto uno studio formidabile il professor Tempesta. Grazie alle tecnologie offerte da Google Earth, ha individuato tutte le ville venete, che sono poco meno di 4.000 (3.782 secondo i dati ufficiali, ce n’è almeno una nel 92% dei comuni della regione), poi sulle mappe satellitari ha fatto un punto al centro di ogni villa, ci ha disegnato un cerchio attorno di 250 metri ed è andato a vedere cos’è successo a ciascuna di queste migliaia di ville. Bene: è saltato fuori che lì, in quel cerchio di 250 metri, si è costruito il 360% in più rispetto a quello che si è costruito nel resto del Veneto». Addirittura di più dentro le ville che fuori? «Proprio così. Il che sta a significare come ci sia stato un totale disprezzo per la cultura della villa veneta, come se bastasse recuperare la villa in se stessa, con intorno un giardinetto, e poi chi se ne frega di mantenere le proporzioni che sono state progettate all’inizio, quando invece la bellezza e il senso della villa veneta sta proprio nelle dimensioni. Era progettata come una villa di campagna e aveva la sua barchessa e i campi da coltivare. L’andare a distruggere questo sistema è stato un gravissimo errore».

 

VENEZIA NASCOSTA

Di Verona s’è detto, della provincia di Treviso anche. Ma la lista dei casi di degrado e di abbandono, almeno quelli più evidenti, non finisce certo qua. «Penso anche ad alcune parti di Venezia – prosegue Stella – perchè la progressiva scelta di puntare sul turismo e, con essa, la progressiva rinuncia dei servizi verso la città, con i negozi dappertutto, i supermercati… Insomma, una vita di città che non sia limitata solo al turismo e all’università, Venezia non ce l’ha più. Questo ha portato a far sì che i quartieri meno turistici siano in condizioni di profondo degrado. Se vai a farti dei giri sui canali interni dei quartieri dove i turisti non arrivano, tu vedi dei ponti che hanno i rattoppi, vedi le case che hanno dei pali di sostegno, vedi insomma dappertutto dei tacòni .Ovviamente non ci sono molte alternative, lo capisco, però non va bene. Così come non vanno bene le ville venete in provincia di Padova, che in certe zone sono tutte in condizioni di malinconico abbandono. Mentre il centro storico è stato mantenuto in maniera buona o almeno decente, fuori città le situazioni di degrado sono parecchie, così come ce ne sono di pesanti anche sulla Riviera del Brenta. Diciamo che il rispetto per la nostra campagna non è che sia stato molto forte, anche se lo stesso Castello di Padova, anche quello dei Carraresi per il quale il percorso di recupero è oggi in fase avanzata, per molto tempo dopo la sua dismissione come carcere era stato lasciato a se stesso».

 

CITTA’ SPARPAGLIATA

«Alla fine – dice Stella, venendo al punto – non è che i veneti possono pensare che le brutture, l’abbandono, il degrado, avvengano o siano avvenute solo da altre parti.  Purtroppo è successo anche dalle parti nostre. E non è soltanto una questione di soldi, eh?, perché per evitare alcune brutture bastava solamente vietare di fare alcune cose. Se pensate che Asolo ha qualcosa come 23 aree industriali… Ora io immagino che queste aree industriali siano una appiccicata all’altra, che poi di fatto non siano 23 sparpagliate ma si sono via via aggiunte, e passando non si ha la percezione di vederle, ma non è un caso isolato. Voglio dire, se pensate poi che Treviso di aree industriali ne ha 1077, questo significa che non è stata fatta nessuna programmazione, al contrario è stata addirittura teorizzata la bellezza dell’iniziativa imprenditoriale, ma è stato un errore catastrofico perché un conto era non bloccare lo sviluppo, un conto era cercare comunque di tenerlo dentro ad alcune regole, alcuni parametri». Invece? «Invece il Veneto è finito per diventare, così come quella lombarda, la realtà che più coincide con la cosiddetta “Città sparpagliata”, questa poltiglia con i capannoni, le villette, e poi sottopassi, sovrappassi, tangenzialine e tangenzialone, insomma questa realtà incredibile in cui non c’è nessun confine fra la campagna, la città e l’area industriale. Tu voli sopra le città straniere e vedi che c’è un confine, qui no. Detta alla veneta, e qui cito Meneghello perché è una parola che gli piaceva molto, xe tuto un smisioto. Purtroppo l’urbanistica alla veneta è così».

 

FORMULA UNO

Com’è stato possibile?  Individuare colpe e responsabilità non dovrebbe essere difficile, eppure lo è, nel senso che il coinvolgimento è stato generale. «I grandi disastri – dice Stella, andando a ritroso nel tempo – sono stati fatti negli anni 70-80, nel Veneto la classe dirigente di allora era in larga parte democristiana, con qualche isola di sinistra, più una presenza forte del Partito socialista. Oggi dirlo è persino banale, ma in realtà la stessa cosa è stata fatta in Emilia dal Pci e dalle cooperative rosse, per cui non ne faccio un discorso di destra, sinistra, eccetera. E’ fuori discussione che ci sia stata una disattenzione generale, da una parte e dall’altra, per quello che era il territorio. I nostri genitori, quelli che hanno abitato il Veneto in quegli anni, anni 60-70, hanno consentito a delle cose che oggi non si sognerebbero neppure loro di far passare. Lo stesso modo con cui è cambiata tutta la percezione del territorio, per esempio, con problemi di traffico enormi, di svincoli, eccetera. Così a Montecchio nel vicentino, oppure a Valstagno, o ancora la zona di Rossano, dove  sembra una battuta ma la gente dei dintorni non usa nemmeno l’Autan perché le zanzare finiscono tutte sui camion che passano in centro a due centimetri dal marciapiede… Lasciare che si sviluppassero le imprese senza fare le infrastrutture è un errore che adesso paghiamo, e caro, visto che ogni cosa oggi ci costa di più a farla. E meno male, lo dico ironicamente, che la crisi economica ha fatto accantonare progetti come il Motor City che doveva essere costruito tra Verona e Mantova, in una delle poche aree rimaste di quella vera campagna veneta amata dai nostri nonni, da Zanzotto o da Comisso. Lì volevano farci una pista da Formula Uno, più un parco giochi grande come Gardaland, più ipermercati, supermercati, eccetera, e non capisco a cosa possa servire. Non credo che i veneti abbiano bisogno di una pista di Formula Uno, oltretutto a poche decine di chilometri da Imola. Non ha nessun senso, non può essere questo lo sviluppo del veneto».

Dovremmo consolarci pensando ai turisti? «Io non credo – conclude Stella – che il Veneto possa vivere solo di turismo, questo non mi sono mai sognato di pensarlo, però è vero che siamo  nettamente la prima regione turistica d’Italia ed è assolutamente insensato andare a creare ancora danni al territorio perché poi i turisti che vengono rischiano di non tornarci più. E stiamo parlando di 5 miliardi di euro l’anno solo di stranieri, eh?, perché il Veneto non è solo Venezia: c’è il lago di Garda, ci sono le città turistiche, c’è Jesolo, le montagne, le spiagge… Se il Veneto da solo produce un miliardo in più di incassi che non tutto il Mezzogiorno messo insieme, che pure ha 16 siti Unesco, una ragione ci sarà, no?».

Informazioni su Furio Stella

Giornalista, nato nel 1957 a Trieste, morto il 14 ottobre 2014. Ha lavorato a “Il Mattino di Padova”, di cui è stato vicecaposervizio del settore Sport, dal 1978 al 2013. Inviato del gruppo l’Espresso ai Mondiali di calcio 1990, ha collaborato con la Rai, “La “Stampa” e “Il Giorno”. Ha lavorato anche a “Il Centro di Pescara” e a “L’Alto Adige di Bolzano”. Nel 1995 ha fondato l’edizione italiana di “Nexus” di cui è stato direttore fino al 2004. Dal 2008 si occupa di “Effervescienza”, l’inserto scientifico del mensile “Biolcalenda”. Ha pubblicato la raccolta di racconti La casa dei molini a vento (Edizioni Andromeda, 2008) e il romanzo Il cameriere di Rocco (Edizioni La Torre ,2012). Ha scritto in collaborazione anche due libri sul calcio Padova, La vecchia signora di provincia (con Cellini e Trivellato, Edizioni Tipopadova 1980) e Calcio Padova 1910-2010, un sogno lungo un secolo (a cura di Toni Grossi, Il Mattino di Padova 2010).

Un pensiero su “Cemento

  1. Sono completamente daccordo. Tra l’altro cìè da aggiungere che continuano ad abbattare centinaia di alberi anche sani con la scusa della sicurezza, mentre siamo in molti ad essere convinti che si tratti di subdoli sotterfugi per guadagnare soldi con le famose “coalte di cemento” che diventano parcheggi o cantieri aperti e mai portati a termine. Una volta si criticava solo ed esclusivamente il Sud dell’Italia e si dava la copla alla gente “pecorona” e mafiosa, omertosa ecc.
    Adesso cosa direbbero gli aristocratici cittadini del Nord Est?
    Almeno in questo, come vittime, siamo tutti uguali, o quasi.
    Anna Scamarcio.

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *